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Le bombe provocano il grave controeffetto di ricompattare il nazionalismo intorno a Milosevic senza salvare i kosovari. E per l’impiego delle truppe di terra è ormai tardi.
Massimo Fini da Il Borghese del: 14/04/1999
Gli aborigeni australiani hanno inventato il boomerang. Gli americani, noblesse oblige, l’hanno portato alla sua massima potenza. Com’era facilmente prevedibile e come io, senza essere uno stratega, nè politico nè militare, avevo previsto ( «Perche sono contrario all’attacco militare», Il Tempo, 25/3; «Boomerang per gli Usa», Il Tempo, 28/3; «Curdi e kosovari, due pesi e due misure», «La Nato farà pulizia. Etnica», il Borghese, 3/3 e 31/3), tutti i possibili effetti controproducenti che l’intervento della Nato poteva produrre li ha prodotti. Se il suo scopo era, com’è stato dichiarato, di fermare, in nome di «principi umanitari», i massacri in Kosovo, beh, questi massacri, dopo l’intervento, sono aumentati nella proporzione di uno a cento. Sotto la copertura morale, psicologica e in un certo senso anche pratica dei bombardamenti, nella confusione della guerra, l’esercito serbo, coadiuvato dalle milizie paramilitari prima tenute a freno, si è permesso quello che in precedenza non aveva mai osato o solo accennato. Qualche giorno fa il segretario generale della Nato, Javier Solana, ha dichiarato: «l’azione militare continuerà finche non avremo la certezza che i massacri sono finiti» .Se le cose stanno così siamo agli sgoccioli perché ormai non c’è quasi più nessuno da massacrare in Kosovo. Ciò che la Nato voleva prevenire, «la carneficina umanitaria», è già avvenuto. Per usare una metafora di Vittorio Feltri (il Borghese, 7/4) un nobile signore è intervenuto per salvare la ragazzina che un omaccione stava stuprando ma l’omaccione, imbufalito, l’ha uccisa. Come è potuto accadere? Perche il nobile signore è un ipocrita. Se davvero si volevano impedire i massacri del Kosovo bisognava inviarvi, da subito, un esercito di terra. Era l’unica possibilità di interporsi fra i contendenti e di fermare il conflitto invece di acuirlo a tutto danno dei kosovari. Ma gli americani sono disposti a rischiare solo i loro costosissimi giocattoli e i loro dollari, non gli uomini. Basta vedere il panico da cui sono stati presi quando un loro Stealth, l’unico fino a quel momento, è stato abbattuto e si pensava che il pilota fosse perduto. Eppure in una guerra in cui si fanno migliaia di vittime si dovrebbe mettere in conto di avere qualche morto fra i propri militari. Per gli americani non è così. Nel Golfo il generale Schwartzkopf, che è anche lui un nobile signore, pur di non affrontare fin dall’inizio, perdendo qualche soldato, l’esercito iracheno, che era stato battuto dagli iraniani e persino dai curdi (quella volta Saddam fu salvato dalla Turchia) , ha preferito bombardare per 55 giorni una città di civili, uccidendo 32.195 bambini, 39.612 donne e 96.144 uomini (dati sfuggiti al Pentagono e pubblicati solo da Ennio Caretto su La Stampa del 7/3/94 e mai ripresi, a parte il sottoscritto, da altri giornalisti italiani, eppure parrebbe una notizia, eh?). In questa guerra gli Stati Uniti hanno ammonito la Serbia a non portare il conflitto fuori dai suoi confini. Che è un modo davvero curioso, molto americano, di fare la guerra: la si fa, ma solo a casa vostra, please. Di qui anche l’indignazione per i tre soldati statunitensi catturati dai serbi ai limiti della Macedonia. Stavano al di là del confine, si piagnucola, eppoi appartenevano a forze di peace keeping, erano soldati di pace. Forse qualcuno dovrebbe ricordare agli yankee che, in guerra, un soldato nemico è tale ovunque si trovi. La vedo brutta per gli americani se, con quest’animo, dovessero portare la guerra in terra per aiutare i kosovari. In ogni caso sarà troppo tardi. Comunque vadano a finire le cose, cada anche Milosevic e al Kosovo, svuotato dei suoi abitanti, sia data l’indipendenza, il clamoroso boomerang della missione «umanitaria», se di questo si trattava, è agli atti. Ma questo è solo il contro effetto più spettacolare e drammatico dell’intervento della Nato. Ma non è il solo. L’ intervento ha ricompattato il nazionalismo serbo intorno a Milosevic e anche quello montenegrino perché i comandi Nato sono stati così militarmente stolidi, e politicamente poco accorti, da alluvionare di bombe anche questa Repubblica che, sulle prime, sembrava voler prendere le distanze dalla Serbia. Ha ricompattato l’orgoglio russo, per cui oggi anche i liberali sposano i sentimenti nazionalisti e slavofili di Zirinovski e dei comunisti. Ha riavvicinato la Jugoslavia alla Russia che si appresta a rifornirla d’armi, se già non l’ha fatto. Non è detto che Eltsin si fermi qui, stante l’invio di navi nel Mediterraneo. E non saranno i soldi di Camdessus a fermare i russi, così come, a raggiungere lo scopo, non saranno i 100 milioni di dollari che il senatore repubblicano Jesse Haens ha proposto di stanziare «per la destituzione di Milosevic» .Anche se per gli americani è difficile da capire, i dollari non possono comprare tutto, anche la dignità e l’onore dei popoli e delle Nazioni. Infine l’intervento della Nato ha ricompattato il panslavismo europeo (vedi gli incidenti in Macedonia e l’atteggiamento ungherese e greco), ha ricompattato l’odio antioccidentale e antiamericano nel mondo (vedi le manifestazioni ostili un po’ dappertutto) e ha fatto sorgere in alcuni Paesi europei il dubbio se sia ancora conveniente o meno restare nell‘ Alleanza atlantica. lo non so che cosa realmente si prefiggessero gli americani con i bombardamenti sulla Jugoslavia (anche se sono sicuro che i «diritti umanitari» dei kosovari non c’entrino per nulla: in un brutale slancio di sincerità lo ha ammesso, a Moby Dick, anche un atlantista doc come Giuliano Ferrara) ; quel che è certo è che possono essere proclamati, già da ora, campioni mondiali di boomerang.
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