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Caccia al «nazi», io dico no

Massimo Fini da Il Giorno del: 20/04/2001

Questa "caccia al nazista" apertasi nei confronti di Friedrich Engel, oggi novantaduenne, per alcune azioni di rappresaglia consumate, nel 1944 e 1945, contro civili e partigiani nella zona di Genova, è molto poco convincente.
Forse ci si è dimenticati che la Convenzione dell'Aja del 1907, ratificata a Ginevra nel 1935, e quindi perfettamente operante nel periodo '39 - '45, prevedeva il diritto di rappresaglia nell'ambito della lotta fra truppe regolari e partigiani.

I giudici che si occuparono delle Ardeatine lo sapevano bene, tanto che non condannarono Herbert Kappler per il fatto in sé ma perché, per un macabro eccesso di zelo, fece fucilare cinque persone in più del previsto rapporto di dieci a uno. Quando francesi, russi e americani occuparono la Germania i loro comandi militari emanarono bandi per cui, se ci fossero stati attentati terroristici alle forze occupanti, il diritto di rappresaglia sarebbe stato applicato nelle proporzioni, rispettivamente, di 25, 50 e 200 a uno.

Ma, si dice, oggi la sensibilità verso fatti del genere è diversa. Quand'anche fosse vero condannare Engel significa abbattere il fondamentale principio di civiltà giuridica che sancisce la irretroattività della legge penale, per cui nessuno può essere giudicato né tantomeno condannato, per fatti che non erano considerati reati nel momento in cui furono compiuti. E' appena il caso di sottolineare che la retroattività della legge penale era invece un cardine del codice nazista. E infatti accettare il principio per cui la mutata sensibilità dell'opinione pubblica fa premio sul diritto significa abbandonarsi alla giustizia di piazza, alla giustizia giacobina, alla giustizia nazista.
Ma, a parte queste questioni, pur basilari, di diritto, come si fa a giudicare oggi, in una situazione tanto diversa, fatti avvenuti quasi sessant'anni fa in un frangente così particolare come la guerra?

Chi oggi, in Italia o in Germania, può dire in coscienza che nel 1944 avrebbe resistito, nei panni di un ufficiale tedesco, a un ordine di Hitler o anche semplicemente del proprio Comando? Se c'è qualcuno che se la sente alzi la mano, perché per dire di no a un ordine che si aveva ragione di ritenere legittimo del proprio Comando bisognava essere degli eroi, poiché ci si rimetteva, con tutta probabilità, la vita. E' facile oggi fare gli eroi sulla pelle degli altri. E' un modo molto comodo e a buon mercato di fare gli eroi. E' un modo, direi, italiano di fare gli eroi.Guarda caso nessun aviatore, nemmeno i nostri Bellini e Cocciolone, durante la guerra del Golfo ha avuto scrupolo di bombardare la città di Bagdad dove in 55 giorni morirono, fra gli altri, 32.195 bambini iracheni. E a ogni colpo dell'Intifada palestinese l'esercito israeliano reagisce, proprio "per rappresaglia", con azioni in cui si sa benissimo che ci andrà di mezzo la popolazione civile. Per cui non direi nemmeno che oggi è cambiata la sensibilità rispetto a ieri. Semplicemente noi vogliamo far valere su Engel il diritto dei vincitori. Che è l'esatto contrario della giustizia perché fa coincidere il diritto con la forza. La forza del vincitore.

Infine, Friedrich Engel ha 92 anni, novantadue. E se ci si vuole davvero distinguere dai nazisti un uomo di 92 anni lo si lascia in pace e non si pretende di giudicarlo, cosa che non ha precedenti nella storia di tutti i Paesi e di tutte le civiltà, per fatti avvenuti sessant'anni prima, per sopramercato in tempo di guerra.

pubblicazione: 24/10/2003

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