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Bocciare Busi non è uno scandalo

Massimo Fini da L'Europeo del: 23/06/1990
Lo scrittore Aldo Busi, sicuramente uno dei romanzieri più talentosi di questo dopoguerra, è stato bocciato all’esame di giornalismo. Non credo che ci sia da scandalizzarsi nè che Busi debba prendersela più di tanto. A prescindere infatti dalla validità di un esame come quello di giornalista, c’è il fatto che giornalismo e letteratura sono due attività solo apparentemente affini. In realtà il mestiere del giornalista è profondamente diverso da quello dello scrittore e, in particolare, del romanziere. Oserei dire che sono antitetici. Non è un caso che non ci siano esempi di grandi giornalisti che siano stati anche grandi romanzieri e sono pochissimi i romanzieri che sono stati anche buoni giornalisti. Montanelli ha scritto molti libri di storia, alcuni stupendi (L ‘ltalia della controriforma, per esempio), ma non ha scritto romanzi. Anzi, per la verità, uno lo ha pubblicato (Qui non riposano), ma, per la stima che dobbiamo ad Indro, è meglio dimenticarselo. Bocca ha scritto saggi, pamphlet e una notevole biografia di Togliatti, ma non si è mai cimentato nel romanzo. Edoardo Scarfoglio, uno dei fondatori del giornalismo italiano, non scrisse romanzi. I grandi giornalisti-letterati che furono attivi fra le due guerre scrissero soprattutto libri di viaggi.
Curzio Malaparte, forse il più grande giornalista italiano di tutti i tempi, scrIsse saggI di notevole acume e preveggenza , (Tecnica del colpo di stato, del 1931, su tutti), ma i suoi libri che passano per romanzi, La pelle e Kaputt, sono in realtà dei grandi reportage dove la realtà è solo un poco più forzata di quanto Malaparte fosse solito fare. Oriana Fallaci, l’erede più diretta di Malaparte per il suo uso del toscano e d’un certo barocchismo linguistico, peraltro efficacissimo quando fa la giornalista, ha scritto, è vero, dei romanzi che hanno avuto anche un grande successo, il che però non impedisce loro di essere pessimi. Nella prima pagina di Un uomo, quella che descrive i funerali di Panagulis, c’è un’enfasi retorica che va benissimo per un reportage, ma che tirata avanti per un intero libro diventa insopportabile.
Hemingway è un grande, grandissimo giornalista e reporter, ma i suoi romanzi non hanno retto alla prova del tempo.

Resta Dino Buzzati, grande scrittore e notevolissimo giornalista. Ma non è un caso che la sua dimensione sia quella della novella {anche il Deserto dei Tartari non è che un lungo racconto) e non del romanzo. Quando, verso la fine della sua vita, volle fare un romanzo vero (Un Amore) diede una delle sue prove più modeste.
Ci sono delle buone ragioni perché giornalista e romanziere siano agli antipodi. I giornalista è abituato, per mestiere, ad aderire i più possibile alla realtà e finisce, col tempo, per castrare la sua fantasia, se ce l’ha, laddove proprio la fantasia è lo
strumento del romanziere per prendere contatto con la realtà. Il giornalista deve descrivere ciò che vede con una certa precisione e completezza, mentre il romanziere, per non dire del poeta, deve sfumare, alludere, suggerire. In un romanzo, spesso, il taciuto, o perlomeno il sottaciuto, conta più dell’esplicito. Il romanziere può concedersi tutte le sperimentazioni
linguistiche che vuole, il giornalista deve andarci molto cauto perché, scrivendo, è costretto a una serie di mediazioni affinché il suo articolo sia chiaro e raggiungibile per il maggior numero possibile di lettori.

Il giornalista ha bisogno, per mestiere, d’una certa superficialità (fra di noi si dice che se uno sta su un posto un giorno ci scrive un articolo, se ci sta un mese ci scrive un libro, ma se ci sta un anno non scrive più nulla). Mentre il romanzo deve scavare in profondità. Soccorre anche qui l’esempio della Fallaci. La Fallaci è una grande giornalista per la stessa ragione per cui è una mediocre romanziera. È un enorme utero estroflesso che abbraccia un ampia superficie della realtà. Ma quello
che guadagna in estensione quando scrive articoli lo perde in profondità quando scrive libri. Il giornalista, infine, deve tenere conto dello spazio, che è limitato. E un’altra delle tante mediazioni che gli vengono richieste. (Busi è stato bocciato per aver
scritto 110 righe al posto delle previste 60). Non perché, come dice il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, «non c’è notizia che non possa essere raccontata in 50 righe». Questo è un luogo comune giornalistico. Ma
perché, semplicemente, il giornale ha, per sua natura, dei limiti e un equilibrio interno che non possono essere travalicati.
È normale quindi che Aldo Busi sia stato bocciato. E non vale obiettare, come fa Giuliano Ferrara, che la validità giornalistica di quanto ha scritto Busi è dimostrata dal fatto che adesso quotidiani e riviste si contendono il suo tema d’esame a suon di milioni. Questo tema è diventato giornalisticamente interessante dopo che è stato bocciato e perché è stato bocciato. E'la bocciatura che fa notizia. E quindi giornalismo.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Federalismo

Area Geografica
Europa » Italia

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