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Berlusca re dei moderni

Massimo Fini da L'Indipendente del: 07/04/1994
È dalle elezioni che cerco di capire come mai mi dia così fastidio la vittoria di Silvio Berlusconi cui pur, nel mio piccolo, ho contribuito votando una delle formazioni del cosiddetto “Polo delle libertà”, Certo c’ è la mia antica, e mai negata, avversione, che ho definito antropologica, per il personaggio che, se è consentito un parallelo fra il Sire di Arcore e un semplice giornalista, mi è agli antipodi. Berlusconi è un vincente per antonomasia. lo ho sempre parteggiato, umanamente e sentimentalmente, per i perdenti. E le poche volte che nella mia vita ho vinto, nello sport, all’ ippodromo, al casinò o in politica -è capitato anche questo- ho sempre sentito l’ amaro in bocca, la desolante inanità della vittoria. Berlusconi è l’ottimismo fatto persona, io sono pessimista. E così via.

Ma il mio fastidio per la vittoria di Berlusconi ha radici più profonde e un po’ meno personali. Con Berlusconi infatti l’Italia entra definitivamente nella modernità. Non che, naturalmente, fosse necessario aspettare il Cavaliere per questo. La modernità, in Italia, è arrivata con l’industrializzazione, la motorizzazione di massa, la Televisione e la conseguente laicizzazione e secolarizzazione del Paese. Berlusconi non l’ha inventata, la sua vittoria l’ha solo sanzionata.
Con Berlusconi finisce per sempre l’Italia della Controriforma, l’ Italia cattolica, solidarista, catto e/o comunista, l’Italia familista delle piazze, dei borghi, dei campanili, delle fazioni, dei clan, dei partiti, delle classi sociali, delle ideologie.
Berlusconi non ha unito gli italiani su nessuno di questi motivi, ma sul suo carisma di personaggio che ha saputo coagulare intorno a sé, dopo averlo abbondantemente pasturato, l’ eterogeneo popolo televisivo. Con ciò non dico affatto, si badi, che il Cavaliere ha vinto perché possiede tre Network (li aveva, di fatto, anche Occhetto, più la quasi totalità della stampa, e ha perso), ma perché è un protagonista da “telenovela”, un personaggio che fa sognare con la sua vicenda di “self made man” partito dal nulla e arrivato dove è arrivato. Gli italiani hanno votato Berlusconi come gli americani hanno votato Clinton o Reagan. Con Berlusconi, e anche grazie al maggioritario, I’Italia è diventata americana.

Ma è diventata americana senza prima essere stata europea. E' passata dalla Controriforma all’ americanismo senza essere mai transitata per la Riforma. Intendo dire che non c’è nell’italiano che vota Berlusconi nemmeno l’ombra dell’inquietudine metafisica che diede origine al protestantesimo, l’ inquietudine di Lutero e di Melantone, l’inquietudine dei pittori fiamminghi, l’inquietudine che, sebbene mascherata o assopita, si ritrova ancora oggi in quei popoli del Nord Europa che, strappando la palla a quelli latini, fondarono la modernità. L ‘Italia ha perso definitivamente la sua identità latina per acquistarne direttamente una americana o, a dir meglio, per confondersi con l’americanismo.

Perché il berlusconismo non è altro che un americanismo acritico. E mi viene da sorridere quando, da oltreoceano, si levano grida di allarme per l’affermazione di Gianfranco Fini, uno degli alleati del Cavaliere, nel timore che il leader di Alleanza nazionale possa riportare in Italia il fascismo. Fini è un berlusconiano di stretta osservanza, un americanista, un modernista. Se qualcuno gli parlasse di latinità, di romanità, di Italia rurale, di Strapaese e di Stracittà, di autarchia, che erano i leit motiv di Mussolini, si metterebbe a sghignazzare. E l’accento che Fini pone sull’ Italia come Stato nazionale, “una ed indivisibile”, è solamente retorico, perché I’ltalia che vuole Fini è assolutamente omologa a quella che vuole Berlusconi, un‘ Italia senza identità e specificità, inserita nel globalismo economico mondiale a guida americana. L’Italia quindi è diventata definitivamente moderna. Ma è proprio questo tipo di modernità , che a me non piace.

So benissimo che I’Italia della Controriforma, del cattolicesimo, del solidarismo, dei borghi, delle piazze, dei campanili, delle città, era ormai abbondantemente fuori tempo, che non teneva il passo con la modernizzazione. Che il solidarismo era diventato assistenzialismo e l’ assistenzialismo corruzione. Che la leggerezza e la spensieratezza latina si erano pietrificate in pura irresponsabilità. E che l’indecente classe politica degli ultimi vent’anni era la custode, interessata e profittatrice, di questa irresponsabilità. Che così non si poteva più andare avanti. Contro quest’Italia da Controriforma mi sono battuto, per quel che vale, anch’io, e non da oggi nè da ieri ma da vent’anni, quando Berlusconi, che allora portava due baffoni impeciati a manubrio, pensava solo a far quattrini.

Ma l’Italia che vedo avanzare sotto le insegne del Cavaliere è un’ltalia che non mi piace perché ha perso tutta la sua leggerezza latina senza acquisire nulla della profondità nordica. È un’Italia attenta solo al soldo, alla finanza, al consumo. È un‘Italia senza arte nè parte, un‘Italia senza dubbi, senza inquietudini, nè metafisiche nè fisiche, senza valori, senza identità. È un‘Italia che non è più latina ma non è nemmeno europea, è solo americana.
E voglio qui ricordare che l’ America, che oggi tutti, a destra come a sinistra, prendono a modello e supremo polo di tutti i “poli della libertà”, è un Paese dove, nonostante le enormi risorse naturali e la possibilità, data la sua posizione imperiale, di rapinarle agli altri, esistono 35 milioni di poveri (un sesto della popolazione), c’è una criminalità diffusa e capillare assolutamente spaventosa e, soprattutto, dove un abitante su due fa uso sistematico di psicofarmaci, il che vuoI dire che un americano su due non regge la società in cui vive, se ne sente estraneo ed estraniato. Questa è la “way of life” americana. Questa è la modernità americana.

Perciò mi era piaciuta, soprattutto all’inizio, la proposta della Lega, Perché la Lega, nel suo proposito di riacquistare un’efficienza non più eludibile, era moderna, ma, nello stesso tempo, con l’accento sul localismo, sul recupero dell’identità, era anche antimoderna. C’ era nella Lega un tentativo di ricollegarsi. per usare il titolo di una famosa opera di Curzio Malaparte, alI’ “Italia barbara”, cioè all’ltalia popolana, popolaresca, ruspante e, sotto sotto, ancora contadina. Non è un caso che Bossi abbia, per molto tempo, chiamati “barbari” i suoi militanti. Checché ne pensi Saverio Vertone c’è molta più Italia nel leghismo, un’ltalia giustamente diversificata, attraverso il federalismo, nelle proprie differenti realtà culturali e sociali, che nella sua (di Vertone e di Fini e di Berlusconi) Italia nazionale intesa come entità astratta che di nazionale, nel suo acritico adagiarsi sul modello universalistico americano, non ha più niente se non il nome. Siamo quindi tutti berlusconiani, siamo tutti americani, siamo tutti per uno “Stato unico mondiale”, indifferenziato e anonimo, battezzato in un mare di Coca Cola e di cherosene.

E, come sempre, siamo in controtempo. Perché quel modello universalistico, assalito dal ritorno delle “piccole patrie” dei nazionalismi (quelli veri, non quelli retorici di Gianfranco Fini), scricchiola da tutte le parti e la “way of life” americana è messa in discussione negli stessi Stati Uniti dove certamente non mancano i cervelli capaci di ragionare qualche metro al di sopra di quell’altezza d’uomo cui, come i poliziotti e i lanciatori di lacrimogeni, è solito sparare Saverio Vertone.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Federalismo

Area Geografica
Europa » Italia

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