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La legge sui pentiti è stata voluta, per paura del terrorismo, da una classe politica di cui il senatore a vita era uno dei massimi leader
Massimo Fini da Il Borghese del: 06/10/1999 La sentenza che assolve il senatore Andreotti ha suscitato un coro quasi unanime: «E adesso chi paga?». Sono sempre stato convinto -e l’ho scritto- dell’innocenza dell’onorevole Andreotti, sia a Perugia che a Palermo (dove verrà sicuramente assolto), e sono quindi lieto che gli sia stata resa giustizia. Coloro che adesso gridano «Chi paga?» devono però comprendere, una volta per tutte, che il fatto che un Tribunale rigetti l’accusa non significa affatto che i pubblici ministeri abbiano commesso un errore nè, tantomeno, che siano degli incapaci o dei mascalzoni. Innanzitutto può darsi benissimo -anche se questo non è il caso di Andreotti- che i pm abbiano seguito la pista buona ma che il Tribunale non ritenga sufficienti gli indizi raccolti e quindi, giustissimamente, assolva un imputato che, in realtà, è colpevole. In secondo luogo l’errore dei pubblici ministeri è fisiologico.
Se la magistratura requirente fosse infallibile, non ci sarebbe bisogno di quella giudicante. Ma se la magistratura requirente fosse infallibile, questo sarebbe uno Stato fascista. Il fatto che un organo giudiziario rigetti le conclusioni raggiunte da un altro è un segno che il sistema delle garanzie funziona. I problemi posti dal processo Andreotti sono altri. Se questo processo, fra istruttoria e dibattimento, fosse durato un anno, invece di sei, sarebbe stato per Andreotti e i suoi coimputati uno sgradevolissimo incidente ma non, come in realtà è stato, la distruzione di una carriera politica per lui e della onorabilità sociale per gli altri. Il problema è, ancora una volta, quello del bizantinismo delle nostre procedure e dell’abnorme durata dei processi.
E’ assolutamente inconcepibile, come ha sottolineato lo stesso Andreotti, che un processo si sostanzi in 600 mila pagine di atti (Perugia) e addirittura in più di un milione (Palermo). Bisogna snellire. Snellire anche a costo di pagare lo scotto di un maggior margine di errore. Anche perché è illusorio che con un sistema di estenuanti controlli come il nostro rispetto alla sbrigatività di quello anglosassone, si annulli l’ errore. Perché allungando in questo modo i tempi del processo succede che i testimoni, a distanza di anni e anni, non ricordino più o siano morti, che i corpi di reato si perdano, che le carte diventino illeggibili, che la memoria del contesto in cui sono avvenuti i fatti sfumi e che quindi diventi molto più complicato e difficile accertare la verità.
La seconda questione è quella dei «pentiti». Innocente come imputato Andreotti diventa colpevole come politico. Era infatti uno dei massimi leader di una classe politica che, non avendo saputo e voluto affrontare il terrorismo sul campo (fino a quando a essere ammazzati erano agenti di custodia, poliziotti, vigili, baristi, la nostra classe dirigente non mosse un dito, si svegliò solo dopo gli omicidi Casalegno e Moro quando capì di essere anch’essa nel mirino), varò per sconfiggerlo l’infame legge sui «pentiti». Dove avrebbe portato questa legge, a quale tipo di cultura processuale, era facile prevedere: avrebbe portato a che la parola di un mascalzone, purché mascalzone, sarebbe stata ritenuta sufficiente per mandare in galera un incensurato, a valanghe di dichiarazioni false da parte di criminali pur di lucrarne i benefici, alla lesione del principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, allo sconcio di delinquenti pluriomicidi protetti e profumatamente pagati dallo Stato a spese dei cittadini.
E adesso chi paga? Queste cose io le avevo previste e scritte, credo unico giornalista italiano, all’epoca in cui si varava questa legislazione sciagurata («Sono contro il condono ai pentiti», Il Giorno, 2/12/81; «Non mi va la legge sui pentiti»; Il Giorno, 28/3/82). A maggior ragione avrebbe dovuto prevedere uno statista come Andreotti, il quale è rimasto vittima di un contrappasso dantesco e, in questo senso, anche meritato. Comunque sia, per evitare nuovi casi Andreotti, nuovi casi Tortora, o gli infiniti casi di gente senza nome la legge sui «pentiti» non va semplicemente riformata, come si vuoI fare ora, va abolita. Chi collabora con la giustizia deve avere i normali sconti di pena previsti dal vecchio, caro Codice Rocco. In quanto alla domanda: «e adesso chi paga?» la risposta è: a pagare non devono essere i magistrati (come qualcuno, in buona ma soprattutto in cattiva fede, ritiene) che applicano le leggi del Parlamento, ma gli uomini politici che quelle leggi hanno voluto, emanato e mantenuto e che sono i soli responsabili, o meglio irresponsabili, di questa indecenza.
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