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Il giudice Colombo vorrebbe condonare le malefatte di politici e imprenditori in cambio delle loro confessioni. Con tanti saluti a chi crede nella legge
Massimo Fini da L'Europeo del: 07/08/1992 Il giudice Gherardo Colombo, uno dei pm dell‘inchiesta «Mani pulite», in un’intervista al GR1 è ritornato sulla proposta, già avanzata sull’Espresso, di condono ai politici e agli imprenditori che, non ancora inquisiti, confessino di aver ricevuto o dato tangenti. Sarebbe bene che i magistrati facessero i magistrati, che non concedessero interviste e, soprattutto, che non si immischiassero in cose che, in quanto magistrati, non li riguardano.
Possibile che in Italia nessuno sappia più stare al suo posto e che ogni potere cerchi di surrogarne un altro come se non avesse già abbastanza da fare di suo? Nè, peraltro, si capisce la «ratio» della proposta. Se essa parte dal timore che l’inchiesta, per la sua vastità, possa andare all’infinito senza giungere mai a sentenza i magistrati milanesi hanno già provveduto dividendola, molto accortamente, in vari segmenti cosicché a settembre avremo il primo processo, quello a Mario Chiesa, quasi un record per le lentissime procedure italiane. Se invece la preoccupazione di Colombo è la stessa del Manifesto, e cioè che un sistema politico non può essere riformato per via giudiziaria, è una preoccupazione infondata e addirittura priva di senso, Saranno infatti gli elettori, come si suole in democrazia, a punire, a tempo debito, i partiti ladroni e a dare il loro appoggio a formazioni nuove e non compromesse o anche a quelle vecchie che avranno nel frattempo dimostrato, in modo concreto, di voler cambiare metodi e mentalità. Se infine l’intento di Colombo è semplicemente quello di consentire all’inchiesta di procedere più speditamente grazie alle confessioni spontanee, i vantaggi del condono sono sicuramente inferiori ai danni. Infatti l‘ irrogazione della pena non serve solo a sanzionare il caso concreto, ma ha un valore più generale, pedagogico, di deterrente, ha cioè il compito, per dirla nel linguaggio giuridico, di «agire come controspinta alla spinta criminosa». Non vale soltanto per il presente, ma anche per il futuro a scoraggiare coloro che fossero intenzionati a commettere gli stessi reati. Se la pena, in virtù del condono, non viene irrogata la propensione a delinquere aumenta, fatalmente. Ma la conseguenza più grave della proposta di Colombo, al di là delle intenzioni, sicuramente buone, del magistrato, è che contribuisce a creare una cultura per la quale ci si convince che in fondo sia lecito passare un colpo di spugna sull’intera vicenda e magari con strumenti, come l’amnistia o l’indulto, molto meno mirati di quello suggerito dal giudice milanese. E i nostri uomini politici, come notava un altro magistrato, Raffaele Bertoni, non aspettano altro. Già ci aveva provato il socialista Ottaviano Del Turco proponendo un’amnistia da lui intesa come «un provvedimento che dia il senso della chiusura di un epoca». Perche il senso della chiusura di un’epoca di furti, di malversazioni, di ricatti, di concussioni sia dato da un generale «liberi tutti» è difficile capire. Sarebbe come sostenere che amnistiando eli uomini di Cosa Nostra si chiude con il fenomeno della mafia. Caso mai lo si incoraggia. E, a lume di logica, parrebbe molto più vero il contrario: che la fine di un’epoca del genere ci sarà solo quando tutti i malfattori, o perlomeno la maggior parte, saranno associati alle patrie galere come esempio che il delitto non paga.
Purtroppo, da noi, siamo sempre a chiudere una qualche epoca alla maniera di Ottaviano Del Turco. Con i vertiginosi sconti di pena ai terroristi, con i condoni agli evasori fiscali e adesso, si vorrebbe, con un’assoluzione generale di coloro che, per anni, non solo hanno rubato i soldi della collettività ma hanno alterato gravemente il gioco democratico. E a quegli italiani, che sono poi la stragrande maggioranza, che non sono stati terroristi, che non sono evasori fiscali, che non hanno preteso nè dato tangenti, che cosa gli diciamo? Di mettersi sul petto un cartello con su scritto «pirla»? No, tutti i «pirla» d’Italia hanno il diritto di pretendere giustizia e di veder finalmente valorizzato il loro rispetto delle regole anche attraverso la punizione di coloro che delle regole si sono bellamente infischiati.
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