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A noi ci ha rovinato il benessere

Negli anni sessanta eravamo poveri, ma dignitosi. Oggi siamo diventati volgari e sguaiati. Come una scimmia con il cellulare.

Massimo Fini da Il Borghese del: 11/03/1998
L’altra notte -ormai la tivù la guardo solo dopo le due -ho visto i funerali di Fausto Coppi. La commozione della folla è profonda, ma trattenuta, pudica, nessuno sgangherato applauso accoglie la bara all’uscita della chiesa (come avviene oggi per riflesso condizionato della società dello spettacolo). Anche i carabinieri, ragazzi italiani, chiamati a fare un servizio di tutto riposo, perché la gente è compostissima, han garbo, stile e persino gesti di tenerezza nell’aiutare qualche vecchina a districarsi fra la moltitudine. Nessuna stupida parata di autorità, dei personaggi noti si vede solo Gino Bartali, l’amico-nemico, l’eterno rivale. I volti della folla anonima sono dignitosi, scabri, asciutti, persino belli nella loro semplicità, il vestito è quello buono, della festa e delle occasioni speciali, ma non c’è alcuna traccia di volgarità.
Questa della dignità dei volti è una cosa che avevo già notato in alcuni documentari sulla guerra. Pensavo che fosse la sofferenza a dare intensità, interesse e bellezza a quei visi. Ma qui, ai funerali di Coppi, nel 1960, i patimenti e la fame sono ormai un ricordo anche se il «boom» economico è appena iniziato e siamo ancora poveri. Ma resiste ed è largamente diffusa l’etica, di derivazione cattolica, della «povertà dignitosa»: il povero non è ancora considerato un reietto, un paria, un relitto della società. Non si dubita che si possa essere poveri e felici. In quegli anni Albert Camus, nella prefazione a Il rovescio e il diritto, scrive: «Grazie al sole e al mare anche un ragazzo povero può crescere felice». E l’ ltalia, non sconciata dalla speculazione edilizia, è ancora il giardino d’Europa, il tour obbligato d’ogni grande intellettuale del Nord; le coste liguri, ingentilite dai borghi di pescatori, sono le stesse che alla fine dell’Ottocento attrassero i ricchi inglesi e americani che vi comprarono le ville dei nobili decaduti, i Del Carretto, i De Mari, i Doria. E quello di Napoli è ancora «il golfo più bello del mondo», mentre la camorra è un’accozzaglia di simpatici guaglioni che si dedicano al contrabbando di sigarette.
Le differenze di classe sono appena percepibili. Fra noi ragazzi erano addirittura inesistenti. Fossimo figli di borghesi o di proletari, conducevamo tutti, più o meno, la stessa vita, vestivamo al medesimo modo, facevamo le stesse cose. Negli ambienti circoscritti in cui vivevamo, la scuola, la strada di sotto e d’estate, per i più fortunati, i Bagni, era molto difficile apprezzare le diversità di classe perché, anche se c’erano, non si vedevano. A volte, raramente, c’era qualche «figlio di papà» che mostrava un po’ di lusso ma, in luogo di essere ammirato, adulato e circuito, era disprezzato come individuo tendenzialmente poco virile. Un «fighetta». Quel che contava fra noi era chi giocava meglio al pallone, tirava con precisione di cerbottana e, più tardi, filava con le ragazze più belle.
Ma anche fra gli adulti ostentare la ricchezza era considerato disdicevole. Il buon Giovanni Borghi, il patron della Ignis, un self made man cui piaceva pavoneggiarsi, peraltro in modo molto naif e in definitiva innocente («S’el custa? Cumpri mi» ), era bersaglio di feroci e allegre prese in giro. Il denaro contava, naturalmente, ma c’erano anche altri valori.
A noi ci ha rovinato il benessere. Già nel 1964, alla fine del «boom», si avvertono le prime incrinature. Eravamo diventati più grassi e più flaccidi, perché mangiavamo troppo e andavamo in macchina, presto tramutatasi in status symbol destinato a marcare, con spietatezza, le differenze. «C’ho giù la Giulia», diceva il macellaio arricchito e il «da casello a casello» era già il sintomo d’una nevrosi che in pochi anni ci avrebbe coinvolto tutti.
Oggi siamo sguaiati e volgari come mai siamo stati quando eravamo poveri. Perche siamo tutti fuori dei nostri panni. Nei nostri vestiti, negli oggetti che usiamo, nelle informazioni che utilizziamo c’è sempre qualcosa di troppo, di eccessivo, di disarmonico rispetto alla nostra personalità. Non siamo all’altezza della sofisticata cultura tecnologica che è contenuta negli oggetti che ci circondano e che usiamo. Basta guardare in strada un qualsiasi tipo col telefonino: è proprio l’oggetto che ha in mano a sottolineare, per sproporzione, la scimmia ammaestrata che è in lui. E la volgarità è esattamente questo: essere discrasici rispetto al proprio essere profondo. Un primitivo non è mai volgare. Perche è in perfetta armonia con la realtà che lo circonda. Quando negli anni Sessanta viaggiavo per l’ Africa, l’ Africa struggente fotografata per l’ultima volta da Gualtiero Jacopetti, mi colpiva sempre quella che Curzio Malaparte chiama, nella Pelle, «la dignità solitaria del nero», la sua assenza di volgarità, anche nelle situazioni per noi più barbare. Ancora oggi mi capita di vedere in qualche aeroporto certe principesse nere, immense, drappeggiate con gli abiti tradizionali: sono bellissime e non c’è in loro un briciolo della volgarità delle modelle che ogni giorno sculano in tutte le capitali dell’Occidente credendosi fatali mentre son solo delle poverette.
È il benessere il nostro autentico nemico. Insieme al PiI, alle crescite esponenziali e alle scommesse, di destra e di sinistra, sulle potenzialità infinite della tecnica e dell’industrialismo. Altro che Marx: sarebbe San Francesco, oggi, il vero rivoluzionario

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Società

Area Geografica
Europa » Italia

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A noi ci ha rovinato il benessere, Negli anni sessanta eravamo poveri, ma dignitosi. Oggi siamo diventati volgari e sguaiati. Come una scimmia con il cellulare., [b]Massimo Fini da Il Borghese del: 11/03/1998[/b] L’altra notte -ormai la tivù la guardo solo dopo le due -ho visto i funerali di Fausto
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