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I tangentari si considerano diversi dai delinquenti comuni. Invece sono i peggiori. Perché per loro rubare è stato comodo, vile e senza rischi.
Massimo Fini da Il Borghese del: 28/05/1997 Se non fosse tragico questo Paese sarebbe comico. Gian Antonio Stella del Corriere della Sera ha chiesto a Giulio Di Donato, ex vicesegretario di quell’associazione a delinquere che si è rivelata essere il Psi, se non provasse un qualche imbarazzo a prendere, appena cinquantenne, un vitalizio di sei milioni netti al mese, per undici anni di presenza alla camera, nel momento in cui viene messo in discussione il diritto alla pensione di chi ha lavorato 35 anni. L’ineffabile Di Donato non si è limitato a rispondere che sono «menate demagogiche» ma ha voluto fare il sopracciò: «È un risarcimento. Di gran lunga inferiore a quello che meriterei». Un risarcimento de che? Quali sono le opere con cui Giulio Di Donato ha illustrato la sua attività parlamentare? Quali i suoi contributi alla vita della Nazione? Per quel che se ne sa Di Donato si è distinto, oltre che per essere un corrotto, cosa per cui è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere, per la inesausta attività di clientela, di maneggio, di intrallazzo. In 11 anni non c’è un solo atto che illustri la vita parlamentare di Giulio Di Donato. Eppure l’uomo ancora si lagna invece di fregarsi le mani tutto contento perché nella vita gli è andata straordinariamente bene. Per almeno tre buoni motivi. Il primo è che Giulio Di Donato è uno dei tanti individui della mia generazione (Boato, Manconi, Martelli...) che, facendo fumo, è riuscito a trascorrere l’intera esistenza senza lavorare pressoché mai. Oscuro «avvocaticchio», come lo definì La Stampa al momento del suo arresto, di un altrettanto oscuro paesotto dell’ hinterland napoletano, Calvizzano, Di Donato è entrato in politica alla fine degli Anni Sessanta, nel ‘70 è consigliere comunale a Napoli, nel ’76, a ventinove anni, assessore, e da quel momento smette in pratica l’attività forense ammesso che l’avesse mai veramente cominciata. In compenso quest’uomo, di cui il meglio che si possa dire è che si tratta di due buone braccia sottratte all’agricoltura, diventa, al seguito di Bettino Craxi, un potente d’Italia. Il secondo motivo è che Di Donato, nonostante sia stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione, è a piede libero. E questo può succedere solo in Italia. Il terzo è che dovrebbe baciare la terra per il precoce cospicuo vitalizio che lo Stato italiano (cioè la collettività, cioè noi) benignamente gli elargisce. Ci sono infatti buone ragioni per dubitare che Di Donato, come gli altri politici coinvolti in Tangentopoli, ne abbia diritto. Si tratta infatti di un privilegio che si giustifica per l’alto ufficio, carico anche di valenze simboliche, che ricopre chi è investito del mandato parlamentare e rappresenta i suoi concittadini e anche l’Italia. Ma quell’ufficio Di Donato e compari lo hanno tradito nel più miserevole e oltraggioso dei modi e quindi non si giustifica più il privilegio. Ma Di Donato non sembra rendersi conto. Più avanti, nell’intervista, si lamenta: «Con questa campagna sui vitalizi ci state trattando peggio dei delinquenti comuni.» Un’altra cosa che colpisce nei rei di Tangentopoli è che, nonostante abbiano violato la legge per anni, si considerano diversi dai «delinquenti comuni». E comunque migliori, invece sono i peggiori. Non avevano nessuna ragione di delinquere, non c’è fra loro nessun Jean Valjean costretto a rubare un chilo di pane per sfamare Cosetta. Avevano tutto: potere, status, privilegi e ricchezza, ma ciò non gli ha impedito di umiliarsi a un delitto, il furto, che le comunità primitive considerano (quando non è commesso in stato di necessità, in tal caso lo perdonano) il più infamante di tutti e sanzionano con la lapidazione. Perchè, a differenza dei reati di sangue, non ha nessuna grandezza, nessuna nobiltà, è solo una faccenda per topi di chiavica. Tanto più nella posizione di Di Donato e compari, perché è un delitto facile, comodo, senza rischi, ancor più vile in quanto costoro avevano la garanzia dell’impunità. Direi che proprio la viltà è il connotato più ricorrente dell’antropologia dei responsabili di Tangentopoli. A quasi tutti sono bastati un paio di giorni di guardina perché denunciassero anche la mamma. E se la reclusione durava qualcosa di più si alzavano alti lai, piagnistei, grida di amma li peli, invocazioni ad Amnesty e alla Madonna. Craxi, il decisionista, il babau, il gradasso, che, al momento del dunque, se la fa sotto e fugge ad Hammamet ululando e tenendosi il piede malato, è il simbolo dell’universo morale di Tangentopoli. Al paragone di questi. Renato Vallanzasca è un gigante. Perchè non ha commesso i suoi delitti sottobanco ma a viso aperto e se ne è assunto per intero la responsabilità senza cercar scuse («Non sono una vittima della società. Fin da bambino mi piaceva rubare i soldatini»). Sta in galera da 20 anni e, a dispetto di un trattamento spesso molto discutibile, non si è mai lamentato. L’unica volta che, dopo un pestaggio da parte degli agenti di custodia, ha inviato una lettera di protesta, al cronista che gli chiedeva se era stato torturato ha risposto: «Beh, adesso non esageriamo». È un bandito onesto in un Paese dove, troppo spesso, gli onesti sono dei banditi. Per questo non ha un vitalizio. Ma dignità sì.
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