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È decotto il mito dell’auto

Massimo Fini da L'Indipendente del: 23/02/1994
L’ accordo Fiat-sindacati, raggiunto con la determinante mediazione del ministro del Lavoro Gino Giugni, è, come ricordava ieri Giulio Savelli, in perfetto “stile Crotone”. Esso, grazie al consueto ricorso alle casse integrazioni, alle “mobilità lunghe”, ai prepensionamenti, ai contratti di solidarietà, scarica per intero sulla collettività il costo, valutato in 1.400 miliardi, della crisi dell’ azienda torinese e del conseguente soprannumero di 16.500 suoi dipendenti. E, ciò che è peggio, è un accordo senza futuro perché immobilizza risorse produttive, impianti e lavoratori, là dove una produzione non c’è più.
È anche grazie, e forse soprattutto, a questo sistema generalizzato, totalmente assistenziale e parassitario (più che ai furti di Tangentopoli che sono una quisquilia nel mare dello spreco nazionale) che l’Italia ha accumulato quel milione e settecentomila miliardi di debito che oggi la strangola. Ora, io non riesco a capire (e poiché non sono un addetto ai lavori vorrei che qualcuno me lo spiegasse) perché mai in Italia non viene impiegato, come ammortizzatore sociale, il molto più semplice sussidio di disoccupazione, che è lo strumento con cui, per esempio, in Germania, si fa fronte da sempre (a parte il recente e particolarissimo accordo Volkswagen) a queste situazioni.

Il sussidio di disoccupazione ha innanzi tutto questo vantaggio. Che, sganciando definitivamente i lavoratori dalle aziende in crisi o comunque in contrazione di mercato, non le costringe, a differenza di quanto avviene con la cassa integrazione e suoi assimilati, a mantenere in vita stabilimenti e impianti che non sono più produttivi. E questo è già un bel risparmio. Mi ricordo che quando, nei primi anni Settanta, lavoravo all‘Avanti! il principale problema economico di quel giornale era di aver due tipografie, una a Milano (Same) e una a Roma, il che era uno spreco assurdo per una piccola azienda come quella tanto più che l’impianto romano, che risaliva al 1911, era così obsoleto che quando giravano le rotative i tipografi dovevano nascondersi dietro i banconi per non essere colpiti dai bulloni che le vecchie macchine sparavano come proiettili. Ma la tipografia di Roma non si poteva chiudere perché vi lavoravano 85 dipendenti. Ebbene, qualcuno si prese la briga di fare un semplice calcolo: se l’Avanti! avesse mandato a casa gli 85 dipendenti pagandoli a stipendio pieno vita natural durante per non far niente, ma chiudendo la tipografia, avrebbe risparmiato decine di miliardi. Ma nessuno osò, per anni, prendere un provvedimento così elementare.

Gli ammortizzatori sociali usati in Italia immobilizzano quindi le aziende su impianti obsoleti, con costi rilevanti. Il sussidio di disoccupazione invece le libera almeno da questa diseconomia. Naturalmente anche il sussidio di disoccupazione (che in Germania corrisponde, se non ricordo male, all’85 per cento del salario o dello stipendio) pesa sulla collettività, Però non a tempo indeterminato e a fondo perduto come le nostre casse integrazioni e assimilati. Il lavoratore disoccupato frequenta infatti corsi di riqualificazione mirati e, attraverso agenzie di collocamento fatte come si deve, è tenuto in collegamento col mercato del lavoro e indirizzato verso i settori che, in quel momento, sono trainanti. In questo modo vengono salvaguardati sia i principi del libero mercato che quelli della solidarietà sociale, con un costo per la collettività ridotto, nel tempo e nello spazio, al minimo indispensabile. Cosa che non mi pare avvenga con la proposta avanzata, sempre ieri, da Giulio Savelli. Savelli infatti, per rilanciare il mercato dell’auto e salvare così i posti di lavoro Fiat, ipotizza una serie di riduzioni fiscali, che vanno dall’Iva, all’imposta di fabbricazione sulla benzina, al bollo per patente e auto, alle tasse di immatricolazione, ai pedaggi autostradali. Questa manovra dovrebbe essere accompagnata da una serie di investimenti pubblici, in strade, autostrade. parcheggi, in modo da convincere gli italiani a tornare all’automobile rendendone più conveniente l’uso.

A parte il fatto che questi sgravi fiscali mirati al settore automobilistico creerebbero un buco nelle finanze pubbliche che dovrebbe poi pur essere colmato da qualcuno, e cioè ancora dalla collettività con nuove e diverse tasse, Savelli non sembra rendersi conto di allinearsi in questo modo proprio alla filosofia che ha ispirato l’ accordo Fiat: che è quella di salvare a tutti i costi un settore decotto o, quantomeno, di mantenerlo a livelli che non gli sono più consentiti. Perché mai gli italiani dovrebbero tornare a una idolatria dell’automobile tipo “anni Sessanta” se di questa idolatria si sono in parte, e per ottimi motivi, stancati?
Savelli sbeffeggia poi l’immancabile obiezione: che non è proprio il caso di incoraggiare, con nuove strade e autostrade e un aumento del parco macchine, una ulteriore “cementificazione” del Paese. La definisce un prurito progressista, da radical chic ben pasciuti. E invece, sia progressista o no (ma a me non pare) è un’ obiezione validissima. La salvaguardia dell’ambiente e quindi, in definitiva, della qualità della vita di tutti, sostanzia un Interesse collettivo che va ben oltre quello del salvataggio di 16mila posti di lavoro alla Fiat. Ma c’è di più. La distruzione dell’ambiente non è solo un attentato alla nostra qualità della vita, il che basterebbe e avanzerebbe, ma, com’è sotto gli occhi di tutti, si risolve, prima o poi, anche in una distruzione di risorse economiche. Ne sanno qualcosa gli abitanti della Riviera ligure di Ponente i quali, a forza di costruire e di autostradare sul loro suolo (per gli interessi. più che altro, dei lombardi e dei piemontesi) si trovano oggi non solo a vivere in un ambiente da incubo, ma in una situazione economica che comincia a essere peggiore di quella che c’era prima degli anni del boom edilizio. E senza più alternative e possibilità di recupero.

A me pare che il sussidio di disoccupazione, come sostituto degli stravaganti, per non dire demenziali, ammortizzatori sociali fin qui da noi usati, potrebbe essere un utile strumento anche in questo senso. Mi pare infatti che in uno Stato ordinato il governo dovrebbe decidere le linee di fondo dello sviluppo che progetta per il Paese (invece di farsi continuamente bypassare dagli eventi), sviluppo che in Italia, per le sue dimensioni, la sua struttura orografica, la sua storia, il suo habitat, la sua ormai raggiunta saturazione, non può certamente più essere quello di una industrializzazione indiscriminata ma semmai del recupero di vocazioni a noi più consone come quella turistica, agricola, terziaria, artigiana, piccolo-imprenditoriale. E il sussidio di disoccupazione, regolato nei modi che ho cercato di chiarire (corsi di riqualificazione, agenzie di collegamento che abbiano ben chiaro quali sono i settori lavorativi che, anche per iniziativa del governo, hanno un futuro), potrebbe aiutare a formare quel serbatoio da cui attingere la manodopera qualificata da avviare ai settori di lavoro trainanti invece di mantenerla immobilizzata in produzioni improduttive, devastanti sia dal punto di vista economico che da quello ambientale ed esistenziale.

pubblicazione: 24/10/2003

Categoria:
Politica » Far Spettacolo

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